Già oggi in Ticino l’Ispettorato del lavoro controlla il 30% dei datori di lavoro, rispetto al 5% che propone la Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Nonostante si controlli ben 5-6 volte di più che nel resto della Svizzera, nel 2024 le infrazioni sui salari dei contratti di lavoro verificati erano comprese tra 1-1,6%, di questi la maggior parte riguardavano errori di calcolo e arrotondamenti. Dati alla mano, non si dovrebbe pensare di aumentare i controlli, ma piuttosto ci si dovrebbe chiedere se controllare un terzo di tutte le aziende ogni anno sia ancora un’attività (e una spesa pubblica) proporzionata. E invece, l’iniziativa MPS propone di passare letteralmente al setaccio ogni singolo contratto di lavoro, ogni modifica contrattuale, ogni nuova assunzione, ogni pensionamento, praticamente ogni cambio di mansione in azienda. Oltre 300.000 situazioni per cui si stima che si dovrebbero assumere 160(!) nuovi ispettori, per un costo aggiuntivo attorno ai 18 milioni di franchi annui. Con ogni probabilità, per finanziare questa iniziativa tutti dovrebbero
passare alla cassa, tramite un aumento delle tasse e dei tagli altri servizi o uffici cantonali, oltretutto in un periodo già difficile per le casse cantonali. Un altro aspetto preoccupante è il pesante impatto burocratico per le aziende. Nelle imprese familiari più piccole, per esempio, il carico amministrativo porterebbe via tempo prezioso a titolari e collaboratori che sono normalmente molto occupati in attività operative, come la vendita, la progettazione, la preparazione degli stipendi, ecc. A questo si aggiunge la grande complessità di valutare ogni situazione da parte dei funzionari, che deriva dal fatto che i profili delle assunzioni, non sono sempre paragonabili ai profili che c’erano prima. Le ragioni sono molteplici: la necessità di adeguarsi alle nuove richieste del mercato, le scelte strategiche delle singole aziende, l’investimento in nuovi settori di mercato, la volontà di integrare nuove skills in azienda, ecc. sono solo alcune delle possibili circostanze, che mostrano come dovendo spiegare agli ispettori centinaia di migliaia di situazioni normali e legittime, c’è il rischio
concreto di far sprecare molto tempo e carta a tutti. Con l’iniziativa «anti-dumping » si passerebbe a tutti gli effetti dal principio di innocenza e pace sociale, al principio di colpevolezza e verifiche a tappeto. Concetti lontani dalla cultura svizzera, non solo sul mercato del lavoro. Infine, aggiungere 160 ispettori a fronte di un sostanziale rispetto delle leggi (98-99%), non sembra né proporzionato, né giustificato.
Finiremmo per svantaggiare le imprese ticinesi (e di conseguenza i lavoratori) a favore di aziende fuori cantone e estere. Una «lose-lose situation» da evitare.
Martino Piccioli, presidente AIF Ticino
Articolo apparso sul CdT il 19.02.2026